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venerdì 11 settembre 2015
TEDxBloomington - Shawn Achor - "The Happiness Advantage: Linking Positi...
Il felice segreto per lavorare meglio...
- appena arrivi a lavoro scrivi una mail positiva per ringraziare o lodare qualcuno di un compito che hai particolarmente apprezzato;
- concediti 20 minuti al giorno per meditare: respira lentamente, immagina di essere sommerso in una vasca da bagno, o in quel posto da cui sei appena rientrato o in cui ti piacerebbe tanto andare, concentrati sul respiro...le tue spalle si inizieranno ad abbassare e i muscoli a rilassarsi...
- la felici...tà va cercate all'interno del nostro cervello. La società competitiva in cui ci troviamo ha spostao la felicità dall'interno all'esterno...(se per essere felici ci diciamo che dobbiamo raggiungere un successo, la volta successiva la meta sarà più alta e poi ancora...e alla fine non saremo più felici).
- essere felici ci consente di essere maggiormente concentrati a lavoro e più produttivi.
Per cui se sei stressato a lavoro, isolati per 20 minuti e medita!
Oltre ad essere un divertente intrattenitore, Achor nel suo discorso TED Talk vi aiuterà a imparare che il successo al lavoro è in gran parte determinata da:
1. Livelli ottimismo
2. sostegno sociale
3. capacità di vedere lo stress come una sfida, non come una minaccia
Impareremo che, la felicità non è determinato da quello che si fa, quello che si ha, o dove si è. Piuttosto, "Il novanta per cento della vostra felicità a determinato da come il cervello elabora il mondo." La felicità, in altre parole, dipende da come si pensa!
Meditate gente...meditate!
martedì 24 marzo 2015
Curiosità, riflessione e autocontrollo nella ricetta per essere felici
Mille impegni, ritmi insostenibili e difficoltà economiche rendono la vita più triste.
Ad oggi essere felici sembra un'impresa. Per lo psichiatra Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, la ricetta per ritrovare il sorriso è in tre punti: "riflessione, curiosità e autocontrollo".
Ad oggi essere felici sembra un'impresa. Per lo psichiatra Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, la ricetta per ritrovare il sorriso è in tre punti: "riflessione, curiosità e autocontrollo".
L'autore del libro 'Vincere l’ansia con l’intelligenza emotiva' indica alcuni fattori che rendono difficile l'essere felici. Tra i principali, possiamo individuare le crescenti responsabilità, lo stress accumulato nei lunghi mesi di lavoro, i ritmi frenetici della routine quotidiana, le aspettative sempre maggiori e il rispetto delle rigide convenzioni sociali. In questo contesto s’innestano anche la paura di perdere il controllo e alcune forme di squilibrio neurobiologico, che intervengono a peggiorare la situazione. Viviamo essenzialmente in una società che genera ansia. Un lavoro, un esame, l’arrivo di un figlio, un matrimonio, l’amore, una novità, un viaggio, tutto può diventare motivo d’ansia o, come auspicabile in questi tempi difficili, essere vissuto con ottimismo e naturalezza. Sembra un paradosso, ma così come è migliorata la qualità della vita, sono aumentati anche i motivi per sentirci fragili e soffrire d’ansia. Ma come possiamo fare per essere veramente felici?.
"Il primo passo è trovare il tempo per l’ascolto e la riflessione: "Soprattutto oggi in cui il genere umano vive momenti di difficoltà estreme, tra terrorismo, povertà, problemi climatici e crisi economiche infinite, non siamo più in grado di avere un rapporto sano con il tempo. Viviamo nell'epoca dell'urgenza, della incapacità a trovare il tempo per le cose importanti, viviamo nella fretta, ci perdiamo tutto vivendo nel domani trascurando l'adesso. Siamo in grado di scegliere di cambiare? Abbiamo tempo per la riflessione? La riflessione è una delle basi verso la felicità, passando attraverso la saggezza, la consapevolezza, la comprensione" (cit Cucchi).
Secondo Cucchi è fondamentale coltivare anche la curiosità, ma quella vera. "In un mondo social non troviamo motivazioni e modi per la condivisione, questo ci impedisce di capire l'altro. Se non condividiamo però non capiremo mai veramente l'altro, non ci avvicineremo mai veramente al suo mondo, e lui al nostro". Come tornare a condividere? La chiave di volta "è la curiosità che ci spinge ad ascoltare e a guardare l'altro come un mondo da esplorare, non come una minaccia. In questo modo eviteremo di finire di essere soli ma social".
Infine Cucchi punta il dito contro le "aspettative insostenibili", uno dei maggiori mali della società moderna che allontana sempre più le persone della felicità: "Gli obiettivi sempre più alti – aggiunge lo psichiatra – ci rendono avidi. La nostra società è evoluta, ma non sempre evoluzione è sinonimo di armonia, equilibrio, benessere. Abbiamo creato circoli viziosi che ormai sfuggono al nostro controllo: lavoriamo troppo per stare meglio ma finiamo per stare peggio, siamo stressati, vittime dell’ansia, non riusciamo quasi mai a essere felici. Ma siamo convinti di essere sulla buona strada verso la nostra felicità?". Curiosità, riflessione e autocontrollo possono esserci di aiuto, conclude l'esperto.
Articolo pubblicato il: 20/03/2015, reperibile su: http://www.adnkronos.com/salute/2015/03/20/curiosita-riflessione-autocontrollo-nella-ricetta-per-essere-felici_8uAnyxvVwVQgS0TirIRtvJ.html
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giovedì 19 febbraio 2015
La tecnologia non ruba il lavoro all’uomo
Dire che il Telepass toglie posti di lavoro ai casellanti è come dire che meccanici e gommisti tolgono posto a cocchieri e maniscalchi. La società evolve, migliorando i servizi che fornisce ai cittadini e offrendo, a quegli stessi cittadini, prospettive nuove e differenti, possibilmente migliori...
La tecnologia non ruba il lavoro all’uomo
La tecnologia non ruba il lavoro all’uomo
mercoledì 12 novembre 2014
Worry, be happy!
Le preoccupazioni portano infelicita’ meglio essere tranquilli e non preoccuparsi.
Ma siam propri sicuri che allontanare le preoccupazioni renda felici?
“Non devo preoccuparmi” e’ un dovere, una regola imposta che puo’ in alcuni casi solo alimentare le preoccupazioni stesse o l’ansia di determinate situazioni.
Ognuno di noi ha il diritto di preoccuparsi.
L’etimologia della parola stessa deriva dal latino praeoccupare, ossia occuparsi prima, prevenire. Pertanto, il termine preoccupazione indica lo stato d'animo di colui che cerca soluzioni o rimedi a situazioni critiche o ad eventuali pericoli futuri.
Diventa dunque un atteggiamento positivo quello di pre occuparsi del proprio futuro e cercare di pensare in anticipo a come prenderci cura di esso. Quali saranno i pericoli a cui andremo incontro e come potremmo risolvere le sfide e i problemi che ci troveremmo ad affrontare?
Sopratutto, se la societa’ in cui viviamo oggi, viene spesso denominata ‘risk society’ o ‘società del rischio’, in quanto caratterizzata da crisi sociali, economiche e ambientali, non dovremmo avere il diritto di preoccuparci?
Preoccuparsi puo’ essere un atteggiamento positivo in considerazione del fatto che ci stiamo rendendo conto delle conseguenze associate al deterioramento delle condizioni di vita, alla perdita delle sicurezze lavorative, assicurative, pensionistiche.
La persona che si preoccupa e’ anche colei che ha il coraggio di far fronte alle sfide, di non mollare, che si da da fare per prima per cambaire la propria situazione, senza aspettare che ci sia una cambiamento nel fato e nel destino. La persona che si preoccupa e' colei che crede nel futuro!
Gesu’ ha detto ai suoi fedeli “Non preoccupatevi” (Mt 6, 24-34), mettete la vostra vita nelle mani del Padre. La protezione civile ha detto agli acquilani di non preoccuparsi quella notte del 2009.
I politici da 10 anni ci dicono di non preoccuparci della crisi, Italia: “Don’t worry, be happy!”
….Io, inizio a pre occuparmi!
mercoledì 29 ottobre 2014
Babe, Il maialino coraggioso!
Il coraggio mostrato da Babe, insieme all’intelligenza, sincerità e gentilezza, serve per fare squadra e creare un gruppo affiatato che sia in grado di combattere e superare ogni tipo di avversità.
Babe riesce inoltre a raggiungere un altro obiettivo, ossia la realizzazione di un contesto solidale, strumento, cioè, col quale si dimostra che l’unione fa davvero la forza.
Il coraggio, la cui etimologia deriva dal latino cor, è una virtù ampia, come dichiara l'origine che la lega al cuore, che fa’ si che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l’incertezza e l’intimidazione.
Nei contesti lavorativi attuali è costantemente richiesta una certa mole di coraggio per far fronte al numero di domande crescenti, occupare posizioni lavorative che non sono in sintonia con i propri obiettivi o desideri professionali, combattere importanti fenomeni quali la corruzione, il lavoro in nero, lo sfruttamento lavorativo, il fallimento aziendale (Lacayo & Ripley, 2002)…..o evitare la pentola bollente come nel caso di Babe!
I lavoratori, per far fronte ai contesti lavorativi attuali, caratterizzati principalmente da conflitti e tensioni, tendono a mettere in atto azioni di collaborazione e innovazione, che secondo alcuni autori, possono essere definite delle azioni di coraggio, in quanto potrebbero essere accompagnate da un forte fattore di rischio dato delle conseguenze che tali azioni potrebbero avere in termini di carriera professionale (Hogg & Terry, 2000; Ibarra & Barbulescu, 2010).
Aristotele, per primo, definì la persona coraggiosa come “colui che affronta e teme le cose giuste, per il giusto motivo nel modo e nel momento giusto e con la giusta fiducia nel poterle superare.”
Gaud (2005) definisce il coraggio in termini di emozione, cognizione e comportamenti.
Questa definizione è stata poi ripresa da diversi autori, tanto che in letteratura gli atti coraggiosi vengono ormai definiti lungo tre dimensioni fondamentali: (1) intenzione a perseguire un obiettivo moralmente degno, (2) azione intenzionale, e (3) presenza di rischi percepiti, minacce o ostacoli (Harris, 2001; Kilmann, O’Hara, & Strauss, 2010; O’Byrne, Lopez, & Peterson, 2000; Rate, Clarke, Lindsay, & Sternberg, 2007; Shelp, 1984; Walton, 1986; Wood- ard, 2004; Worline et al., 2002). Affinché l’azione possa essere definita coraggiosa devono essere presenti tutte e tre le dimensioni sopra descritte.
Un atto coraggioso come primo requisito implica il perseguimento di un obiettivo che può essere considerato di nobile rilevanza (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001; shelp, 1984; Walton, 1986). L'atto può essere destinato a raggiungere un obiettivo etico (ad esempio, la lotta contro la criminalità), a rispettare un principio o un ideale (ad esempio, denunciare un'ingiustizia), o ad aiutare altre persone (ad esempio, impegnarsi in azioni di cittadinanza attiva, far parte di gruppi di volontariato). Il comportamento indirizzato al solo scopo di favorire l'interesse di un individuo o a raggiungere un obiettivo insignificante non è considerato coraggioso, anche se il comportamento comporta notevoli rischi.
La persona deve inoltre scegliere deliberatamente di spendere energie e sforzi per mettere in atto azioni coraggiose, per cui comportamenti che derivano da richieste coercitive a cui le persone rispondono in modo coatto, non possono essere definite coraggiose (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001).
Un atto è considerato infine coraggioso solo se sono noti i rischi personali, le minacce e gli ostacoli (Cavanagh e Moberg , 1999; Harris , 2001 ). I rischi devono essere significativi, ad esempio in un ambiente lavorativo i rischi possono essere di tipo fisico (lesioni personali), sociali (perdita di amici), psicologici (ansia), o economici (perdita del posto di lavoro o decurtazione dello stipendio).
Il coraggio sembra inoltre essere in stretta relazione con i comportamenti sociali e con le credenze di efficacia nel gestire situazioni problematiche e con un elevato livello motivazionale delle persone a raggiungere i propri obiettivi (Rachman, 2004). Altri studi (Goud, 2005) mettono inoltre in evidenzia la correlazione che sussiste tra il coraggio e il senso di responsabilità delle persone, sia verso se stesse che verso gli altri, il senso di appartenenza ad un gruppo e la morale che caratterizza il gruppo (quanto coesi/integrati sono i membri del gruppo?).
Il coraggio sembra dunque essere un elemento che oltre ad aiutare le persone a far fronte a contesti lavorativi sempre più sfidanti, potrebbe sostenere l’inclusione e la partecipazione attiva di persone vulnerabili nei normali contesti di vita, formativi, lavorativi e sociali.
La storia di Babe ci insegna che il coraggio non è solamente quello dei grandi eroi, anche un maialino può avere coraggio, il quale può aiutar a cambiare storie di vita dai finali già scritti, sopratutto attraverso la creazione di contesti cooperativi.
I lavoratori, per far fronte ai contesti lavorativi attuali, caratterizzati principalmente da conflitti e tensioni, tendono a mettere in atto azioni di collaborazione e innovazione, che secondo alcuni autori, possono essere definite delle azioni di coraggio, in quanto potrebbero essere accompagnate da un forte fattore di rischio dato delle conseguenze che tali azioni potrebbero avere in termini di carriera professionale (Hogg & Terry, 2000; Ibarra & Barbulescu, 2010).
Aristotele, per primo, definì la persona coraggiosa come “colui che affronta e teme le cose giuste, per il giusto motivo nel modo e nel momento giusto e con la giusta fiducia nel poterle superare.”
Gaud (2005) definisce il coraggio in termini di emozione, cognizione e comportamenti.
Questa definizione è stata poi ripresa da diversi autori, tanto che in letteratura gli atti coraggiosi vengono ormai definiti lungo tre dimensioni fondamentali: (1) intenzione a perseguire un obiettivo moralmente degno, (2) azione intenzionale, e (3) presenza di rischi percepiti, minacce o ostacoli (Harris, 2001; Kilmann, O’Hara, & Strauss, 2010; O’Byrne, Lopez, & Peterson, 2000; Rate, Clarke, Lindsay, & Sternberg, 2007; Shelp, 1984; Walton, 1986; Wood- ard, 2004; Worline et al., 2002). Affinché l’azione possa essere definita coraggiosa devono essere presenti tutte e tre le dimensioni sopra descritte.
Un atto coraggioso come primo requisito implica il perseguimento di un obiettivo che può essere considerato di nobile rilevanza (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001; shelp, 1984; Walton, 1986). L'atto può essere destinato a raggiungere un obiettivo etico (ad esempio, la lotta contro la criminalità), a rispettare un principio o un ideale (ad esempio, denunciare un'ingiustizia), o ad aiutare altre persone (ad esempio, impegnarsi in azioni di cittadinanza attiva, far parte di gruppi di volontariato). Il comportamento indirizzato al solo scopo di favorire l'interesse di un individuo o a raggiungere un obiettivo insignificante non è considerato coraggioso, anche se il comportamento comporta notevoli rischi.
La persona deve inoltre scegliere deliberatamente di spendere energie e sforzi per mettere in atto azioni coraggiose, per cui comportamenti che derivano da richieste coercitive a cui le persone rispondono in modo coatto, non possono essere definite coraggiose (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001).
Un atto è considerato infine coraggioso solo se sono noti i rischi personali, le minacce e gli ostacoli (Cavanagh e Moberg , 1999; Harris , 2001 ). I rischi devono essere significativi, ad esempio in un ambiente lavorativo i rischi possono essere di tipo fisico (lesioni personali), sociali (perdita di amici), psicologici (ansia), o economici (perdita del posto di lavoro o decurtazione dello stipendio).
Il coraggio sembra inoltre essere in stretta relazione con i comportamenti sociali e con le credenze di efficacia nel gestire situazioni problematiche e con un elevato livello motivazionale delle persone a raggiungere i propri obiettivi (Rachman, 2004). Altri studi (Goud, 2005) mettono inoltre in evidenzia la correlazione che sussiste tra il coraggio e il senso di responsabilità delle persone, sia verso se stesse che verso gli altri, il senso di appartenenza ad un gruppo e la morale che caratterizza il gruppo (quanto coesi/integrati sono i membri del gruppo?).
Il coraggio sembra dunque essere un elemento che oltre ad aiutare le persone a far fronte a contesti lavorativi sempre più sfidanti, potrebbe sostenere l’inclusione e la partecipazione attiva di persone vulnerabili nei normali contesti di vita, formativi, lavorativi e sociali.
La storia di Babe ci insegna che il coraggio non è solamente quello dei grandi eroi, anche un maialino può avere coraggio, il quale può aiutar a cambiare storie di vita dai finali già scritti, sopratutto attraverso la creazione di contesti cooperativi.
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lunedì 30 giugno 2014
Cambiare? si può...
E se dietro i disturbi da deficit d’attenzione e iperattività, oppositivo provocatorio, della condotta e d’ansia sociale si nascondessero in realtà solo piccoli leader, attivisti, rivoluzionari, pensatori e filantropi? “Facciamo scegliere ai bambini come definirsi e fermiamo l’etichettatura psichiatrica dei minori”. A richiederlo a gran voce è il Comitato dei cittadini per i diritti umani (Cchr), diffondendo in rete un video dal titolo ‘Psychiatry—Labeling Kids with Bogus 'Mental Disorders'.
DAL CCHR ALL’UNIVERSITÀ DI PADOVA - La stessa convinzione ha trovato terreno fertile anche in Italia, grazie al Centro di Ateneo di Servizi e Ricerca per la Disabilità, la Riabilitazione e l'Integrazione dell’Università degli studi di Padova sul blog Ce.Ateneo. Apre infatti la pagina degli universitari un articolo emblematico: ‘Guardare alle persone e non alle loro disabilità’.
“In un mondo complesso come quello in cui viviamo, dove le diversità aumentano, le incertezze per il futuro a volte sembrano soffocarci togliendoci la libertà di disegnare i nostri destini- scrive Sara Santilli in Ce.Ateneo- la solidarietà, la cooperazione e la partecipazione civile sono gli strumenti attraverso i quali possiamo provare a far cambiare direzione alle cose. Per far questo ci vuole coraggio, il coraggio di sradicare i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi che tagliano le gambe e annullano sogni. Il coraggio di guardare alle persone e non alle loro disabilità!”.
Così gli studenti del corso di 'Counseling psicologico per l'inclusione delle disabilità e del disagio sociale', diretto da Laura Nota (docente di Psicologia dell’integrazione scolastica e sociale, Psicologia dell’orientamento scolastico-professionale e Psicologia dell’inserimento lavorativo delle persone disabili), sono invitati a “considerare i soggetti con disabilità intellettiva e cognitiva come eguali, come persone e non ritardati”.
IN USA 1.400 BAMBINI DIAGNOSTICATI CON ADHD NEL PRIMO ANNO DI VITA - Eppure negli Stati Uniti, solo nel primo anno di vita, sono stati diagnosticati 274 mila bambini con disturbo psichiatrico, 1.400 con sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), 26 mila con depressione, 654 psicotici e 227 mila ansiosi. Lo riferisce l’IMS Health, la più importante società fornitrice di dati medici sulle prescrizione degli Stati Uniti, analizzando il database nazione relativo unicamente al 2013 (IMS Health Vector One National database Year 2013). Dati riportati in un articolo del Comitato dei cittadini per i diritti umani (http://www.cchrint.org/psychiatric-drugs/children-on-psychiatric-drugs/). Valori ben più elevati si registrano poi sul campione 0-17 anni, tanto che ad assumere psicofarmaci sono più di 8 milioni di minori, e oltre un milione sono sotto i cinque anni. Ma a far discutere sono senz’altro i valori relativi all’Adhd, che riguardano oltre 4 milioni di soggetti.
CON RUSH HOUR IN ITALIA SI RIACCENDE L’ATTENZIONE SULL’ADHD - Torna d’attualità in Italia il dibattito sulla sindrome da deficit di attenzione e iperattività grazie all’uscita nelle sale cinematografiche del film documentario Rush Hour. Un viaggio tra gli Usa e l’Italia all’interno della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), tra laboratori di genetica e di Brain Imaging, aule universitarie e scuole elementari, in un confronto tra i due Paesi agli estremi della forbice d’incidenza del disturbo: negli Usa sono diagnosticati come Adhd l’11% dei bambini, in Italia la casistica è invece al di sotto dell’1%. Una disparità che ha attirato l’interesse della regista napoletana Stella Savino, “colpita dal variare dei criteri diagnostici a seconda dei paesi. Una diagnosi che dipenderà dunque esclusivamente dal medico che si incontra”. Il film denuncia che l’uso delle “sostanze eccitanti (Ritalin) per la cura dell’Adhd è aumentato di un sorprendente 100% in più di 50 paesi”.
IL PROBLEMA VERO È LA DIAGNOSI - “Il problema vero è la diagnosi- afferma Savino alla Dire- non ha dei criteri scientifici come molte malattie psichiatriche che soffrono di questa ambiguità. Ciò però che è grave è che l’Adhd riguarda i piccoli e la cura è molto pericolosa. Molti bambini cadono in questa valutazione quando magari hanno altro e se non sei stimolato a fare una ricerca profonda puoi catalogare come Adhd qualcosa che non lo è. Ad esempio- spiega la filmaker- se un bambino ha problemi epatici e si addormenta a scuola possono dirgli che ha deficit dell’attenzione, e crescerà pensando di avere un disturbo mentale quando invece ha un problema fisico che peggiorerà con i farmaci sbagliati”.
GLI EFFETTI COLLATERALI DEI FARMACI - “Gli effetti collaterali dei farmaci sono scritti sui bugiardini e dichiarati nelle tabelle del ministero. Sul Registro nazionale Adhd- sottolinea Salvino- è anche possibile trovare dei documenti che testimoniano che non c’è nessun caso che non abbia manifestato almeno uno degli effetti collaterali del farmaco. L’atomexina produce allucinazioni, gravi danni epatici e tendenze suicide, e il metilfenidato è un’anfetamina che produce danni epatici, circolatori e l’alopecia. Il principio attivo del Ritalin è classificato dalla Dea (Drug enforcement administration) nello stesso gruppo dei narcotici, insieme con l’eroina, la morfina e la cocaina”.
DAL CCHR UN ALLARME - La Commissione dei cittadini per i diritti umani (Cchr) ha lanciato l’allarme: “Sono milioni i bambini diagnosticati con sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo bipolare, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo d'ansia sociale e molte altre etichette psichiatriche (diagnosi), nessuna delle quali è supportata da test medici o confermata dalla scienza come disfunzione fisica (malattia)”. A fronte di ciò, “i genitori non ricevono informazioni precise sulle etichette psichiatriche (disturbi mentali) o i farmaci prescritti per 'trattare' i loro figli- prosegue il Cchr- gli viene semplicemente detto che il loro bambino è malato mentalmente e, il più delle volte, deve assumere farmaci psichiatrici, compresi quelli per l’Adhd che la Drug Enforcement Administration categorizza nella stessa classe delle sostanze che creano forte dipendenza come la cocaina, la morfina e l’oppio”.
NON ESISTE UN TEST PER L’ADHD - Anche il National institute of health consensus (Nih) ha dichiarato che “non abbiamo un valido test indipendente per l'Adhd, e non ci sono dati che indicano che l'Adhd causi un malfunzionamento del cervello". Davanti ad una assenza di prove scientifiche “chiunque virtualmente, in qualsiasi momento, potrebbe rientrare nel disturbo bipolare o nella sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Chiunque- ripete Stefan Kruszewski, noto psichiatra- questo diventa quindi un problema di tutti, poiché anche una sola di queste 'malattie' innesca il dispenser della pillola ".
I CONSIGLI DEL CCHR AI GENITORI - “La prima cosa che i genitori dovrebbero sapere è che non ci sono prove mediche che possano dimostrare che il vostro bambino è ‘malato di mente’. In realtà qualsiasi diagnosi di disturbo mentale si basa unicamente su un parere, su un semplice elenco di comportamenti”. Per questo motivo la Commissione dei cittadini per i diritti umani ha stilato quattro consigli per i genitori: “Chiedete di vedere il test di laboratorio, la scansione cerebrale, l’esame del sangue o i raggi X che dimostrano che il bambino abbia un disturbo mentale che richiederebbe un trattamento; Se sono raccomandati dei farmaci per vostro figlio, stampate le avvertenze internazionali e tutti gli studi relativi ai rischi connessi a qualsiasi tipo di medicinale consigliato. Consegnateli al medico/psichiatra che ve li ha prescritti per sapere se n è a conoscenza(spesso sono informati solo dai rappresentanti farmaceutici); Se lo psichiatra/medico vi dà una prova che il bambino ha un 'disturbo mentale' inviatecela e noi vi dimostreremo che è falsa; Ci sono alternative non farmacologiche per trattare problematiche come i disturbi dell'umore, d'attenzione e di comportamento che non richiedono un'etichetta psichiatrica stigmatizzante. Avete il diritto di conoscere i trattamenti non farmacologici e- conclude il Cchr- di avere un secondo parere”.
ASSUNZIONE DI FARMACI PRISHIATRICI NEL DETTAGLIO - Da 0 a 1 anni sono 274.804 i bambini che assumono psicofarmaci; da 2-3 anni 370.778; da 4 a 5 anni 500.948; da 6 a 12 anni 4.130.340; da 13 a 17 anni 3.617.593. Il totale complessivo 0-17 anni è di 8.389.034.
ASSUNZIONE DI FARMACI PER L’ADHD NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 1.422 i bambini che assumono farmaci per trattare l’Adhd; da 2-3 anni 10.413; da 4-5 anni 181.023; da 6-12 anni 2.723.126; da 13-17 anni 1.775.896. Il totale complessivo 0-17 anni è di 4.404.360.
ASSUNZIONE DI ANTIDEPRESSIVI NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 26.406 i bambini che assumono antidepressivi; da 2-3 anni 46.102; da 4-5 anni 45.822; da 6-12 anni 686.950 ; da 13-17 anni 1.444.422. Il totale complessivo 0-17 anni è di 2.165.279
ASSUNZIONE DI ANTIPSICOTICI NEL DETTAGLIO- Da 0-1 anni sono 654 i bambini che assumonoantipsicotici; da 2-3 anni 3.760; da 4-5 anni 24.363; da 6-12 anni 359.882; da 13-17 anni 490.272. Il totale complessivo 0-17 anni è di 830.836.
ASSUNZIONE ANTIANSIOLOITICI NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 227.132 i bambini che assumono antiansiolitici; da 2-3 anni 282.759; da 4-5 anni 247.754, da 6-12 anni 790.149; da 13-17 anni 650.273. Il totale complessivo 0-17 anni è di 2.132.625.
La notizie è stata riportata da «Agenzia Dire»
giovedì 17 aprile 2014
Non è un paese per vecchi
Prima di insegnare qualcosa a qualcuno bisogna almeno
conoscerlo.
Chi si presenta oggi a scuola, al liceo,
all’università?- Michel Serres-
Chi sono i ragazzi che chiacchierano, i bambini che borbottano? Secondo il filosofo Serre la facilità di accesso di sapere che riempie i ragazzi di oggi, li libera dalle catene che li legavano con le schiene ricurve sulle sedie, in quanto, sparso dappertutto il sapere si espande su uno spazio omogeneo, decentrato, libero. Quando i ragazzi usano i cellulari o i computer richiedono al corpo una posizione attiva, domanda e non offerta.
L’era del Sapere Assoluto e dei decisori sembra essere dunque finita!
Ed è perciò necessario cambiare modo di ragionare e di approcciarci al sapere, un sapere che è caratterizzato da rumori e non da silenzio, che richiede invenzione e non ascolto passivo, mescolanza e non distinzione delle conoscenze, caos e non ordine imposto. Pensiamo ad esempio come la distinzione dei singoli saperi/materie diventa un limite per le conoscenze del futuro; dividere i dipartimenti di fisica da quello di scienze umane a oggi non ha più senso, è la mescolanza la materia prima della creatività, quella che dà la possibilità ai giovani di mettere in risalto l’emergere delle nuove competenze….mettiamo insieme dunque la psicologia con l’ingegneria, informatica, economia, et…
La condivisione del sapere rende inoltre simmetrico l’insegnamento, l’ascolto accompagna i discorsi, il capovolgimento della vecchia piramide favorisce una circolazione a doppio senso della conoscenza: il paziente s’informa su internet sui sintomi della sua malattia e il medico apprende molti dei sintomi ad esempio delle pazienti malate di cancro al seno dai blog in rete. Il collettivo, che si nascondeva impaurito sotto il potere dei decisori e dei detentori del sapere, lascia il posto oggi al connettivo, sempre più “realmente” virtuale.
Prima dunque di farci riempire il nostro cervello di saperi da persone che ritengono di possedere il potere decisionale perché hanno a che fare con un “grande pubblico d’imbecilli”, ricordiamoci che noi abbiamo il dovere di ribaltare il mondo della conoscenza, anche se ciò implica l’abilità di muoversi in una valanga di nozioni e di caos.
Diffidiamo dunque di chi vuole semplificare, in futuro crescerà la complessità perché è proprio essa crea libertà e dunque democrazia!
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sabato 15 febbraio 2014
Oggi mordo! L’aggressività e i comportamenti sociali inadeguati
Il
post che avrei voluto scrivere questa settimana aveva a che fare con una
tematica totalmente diversa da quella che cercherò di affrontare di seguito,
avrebbe dovuto trattare di “calma” e “pazienza”. Bhe, la mia calma e la mia
pazienza sono terminate nel momento in cui ho sbirciato qualche trasmissione
televisiva, servizi del telegiornale e trafiletti di quotidiani che trattavano
il tema del bullismo e dei comportamenti aggressivi nei giovani. Sembrerebbe
che il dibattito pubblico sia centrato sul capire quale sia il motore che fa
innescare questo tipo di comportamenti; saranno i social network? E’ più colpa
di facebook o ask? Quanto invece colpa dei videogiochi che incitano al massacro
e alla distruzione? Per non parlare poi degli “educatori”, insegnanti,
genitori, dove sono? Cosa fanno?
Quali
sono le conseguenze poi di tali comportamenti? Le vittime solitamente decidono
di farla finita, e ahimè nelle ultime settimane non sono mancati anche questi
esempi. Ma
chi sono le persone aggressive e quali le loro caratteristiche?
A
prima vista le persone aggressive sembrano forti, piene di sè ed in grado di
raggiungere i propri obiettivi. Questo a volte si realizza, almeno a breve
termine, ma attraverso atteggiamenti di minaccia ed ostilità, coercizione, umiliazione e con una evidente
violazione dei diritti degli altri, un non rispetto dei loro punti di vista,
dei loro sentimenti e delle loro sensibilità.
Nel
comportamento aggressivo, in altri termini, é presente la volontà di esercitare
un potere coercitivo sugli altri ricorrendo a minacce e punizioni per ottenere
il raggiungimento dei propri obiettivi.
L’aggressivo
agisce e pensa soprattutto "a breve termine" senza considerare le
conseguenze negative che, a lungo termine, potrebbero derivare dal suo
comportamento.
I messaggi di fondo che gli
aggressivi, direttamente o indirettamente trasmettono sono del tipo:
"Questo é ciò che penso, siete degli stupidi a non pensarla come me,
quello che voi pensate e sentite a me non interessa”.
In
realtà i punti deboli della persona aggressiva sono rappresentati dalla sua fragilità emotiva che
la portano ad usare modalità di comunicazione violente, intimidatorie ed
offensive nei confronti degli altri i quali, a loro volta, possono o reagire in modo altrettanto violento o troncare ed abbandonare
la relazione, ed è per questo che solitamente è poco
ricercata dagli altri, evitata ed emarginata.
L’aggressività,
cosi come altri comportamenti sociali, è contesto-specifica, varia al variare
del dove, quando con chi. Potrebbero così esserci dei bambini che hanno
un comportamento adeguato con i propri familiari e vicini di casa e risultano
essere aggressivi nell’ora di educazione fisica. Dovremmo per cui imparare a sostituire frasi
del tipo “Mario è un bambino aggressivo, urla sempre” con frasi meno
generalizzanti, quali:“ Mario, durante l’ora di educazione fisica, urla e
aggredisce i suoi compagni quando gli viene lanciato il pallone addosso”.
Questa operazione ci consente di andare ad analizzare quali sono i fattori che
innescano reazioni violente, insegnare modalità di risposta adeguate che vadano
a sostituire il comportamento aggressivo, ed evitare di appendere etichette che
potrebbero in modo “profetico” sviluppare comportamenti a rischio. Piuttosto
dunque che rinforzare comportamenti inadeguati, iniziamo a rinforzare quando la
persona si comporta in modo corretto.
Più
premi e meno punizioni, più attenzione ai punti di forza e meno a quelli di debolezza consentirebbero ai giovani di costruirsi una propria identità focalizzata su ciò che li rende persone uniche e orgogliosi di sé e ad essere più soddisfatti della propria vita!
mercoledì 12 febbraio 2014
4 Consigli per una vita felice
Secondo Sem Berns sono quattro gli elementi che potrebbero rendere le persone felici:
1) Assumere un atteggiamento positivo rispetto a tutto ciò che sul momento non si riesce a fare e concentrarsi sulle tante cose che POSSIAMO fare;
2) Circondarsi di belle persone;
3) Guardare avanti;
4) Non mancare mai ad una festa o ad una ricorrenza se queste ci rendono felici.
Sem Berns era uno studente di 17 anni affetto da una raro disturbo che provoca l'invecchiamento precoce degli organi e che colpisce circa 300 bambini in tutto il mondo. E nonostante ciò egli ha sempre sostenuto di vivere una vita felice, se pur con delle difficoltà.
Ma cos'è allora che rende speciale la vita di ogni individuo? Cos'è che fa scattare la molla della felicità? Perché alcune persone riescono ad affrontare delle situazioni oggettivamente complesse pur mantenendo uno stato d'animo sereno e un benessere complessivo rispetto ad altre persone che si fanno intimorire da ogni piccolo allarme che la vita fa scattare?
Secondo alcuni studiosi e ricercatori queste differenze individuali prendono il nome di ottimismo e speranza.
L'ottimismo si caratterizza per la capacità di guardare la vita in modo da trarre il massimo vantaggio dall’esperienza, dalle proprie capacità e dalle opportunità offerte, a vantaggio anche del proprio futuro. É la propensione a ricavare le migliori conseguenze pure da eventi sui quali non è possibile esercitare alcuna influenza, tanto che si arriva a dire che l’ottimista ‘trasforma i problemi in opportunità’, mentre il pessimista ‘trasforma le opportunità in problemi’. E' importante distinguere tra ottimismo realistico e ottimismo irrealistico (Anolli, 2005). Il primo riguarda la capacità di guardare la vita in modo da trarre il massimo vantaggio dall’esperienza, dalle proprie capacità e dalle opportunità offerte. É la propensione a pensare che accadranno eventi positivi grazie soprattutto al proprio impegno e ad attendersi il meglio, tenendo conto delle situazioni che si stanno sperimentando. Il secondo, più illusorio e ingenuo, è la propensione a credere che nella vita accadranno più eventi positivi che negativi senza però un atteggiamento proiettato all’impegno e alla perseveranza. Quello a cui tutti noi dovremmo aspirare è l'ottimismo realistico in quanto, secondo Seligman (2005), la persone che lo possiedono tendono a considerare il successo come frutto soprattutto delle proprie azioni e come un qualcosa che potrà ripetersi proprio grazie a queste ultime e a considerare l’insuccesso, invece, come una situazione specifica, frutto di uno scarso impegno e/o di richieste eccessive poste dagli altri, che potrà gestire meglio in una situazione successiva, pianificando con più attenzione il da farsi. L’insuccesso non intacca l'autostima, in quanto l'ottimista crede nelle sue capacità, che però in quella data situazione può non aver dato il meglio. Il pessimista, al contrario, tende a considerare l’insuccesso come una situazione costante della sua vita, dovuta soprattutto alle sue incapacità, ai suoi difetti, che sono globali e persistenti, mentre considererà il successo come un qualcosa dovuto al caso, alla fortuna, o come un evento sporadico. Come sostenuto da Meazzini (2007), l’ottimista, dando enfasi al suo impegno, è portato a pensare che a volte può succedere di non farcela, e che, se si desidera il successo, ci si deve dar da fare e lavorare sodo.
La speranza è considerata invece una variabile affettiva, ossia un’emozione che motiva il comportamento umano e sprona all’azione, radicata nelle esperienze di fiducia precoci e influenzata da credenze di controllo esterno e collaborativo (Scioli, Samor, Campbell, Chamberlin, Lapointe, Macleod, 1997). Le credenze di controllo relative allo “sperare” possono derivare sia da variabili ambientali esterne, quali istituzioni religiose o servizi per il sostegno sociale o dal ruolo che l’individuo ricopre all’interno delle istituzioni, ad esempio credente, attivista civile, politico, ecc. Snyder (1989), afferma infatti che la speranza è un sorta di lente attraverso la quale le persone sviluppano l'energia diretta all'azione (willpower) e identificano attraverso di essa le strategie per raggiungere i loro obbiettivi (waypower).
"No matter what problems you are facing, there is always room for happiness"
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