Translate

Visualizzazione post con etichetta psicologa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologa. Mostra tutti i post

martedì 24 marzo 2015

Curiosità, riflessione e autocontrollo nella ricetta per essere felici

Mille impegni, ritmi insostenibili e difficoltà economiche rendono la vita più triste.
Ad oggi essere felici sembra un'impresa. Per lo psichiatra Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, la ricetta per ritrovare il sorriso è in tre punti: "riflessione, curiosità e autocontrollo".

L'autore del libro 'Vincere l’ansia con l’intelligenza emotiva' indica alcuni fattori che rendono difficile l'essere felici. Tra i principali,  possiamo individuare le crescenti responsabilità, lo stress accumulato nei lunghi mesi di lavoro, i ritmi frenetici della routine quotidiana, le aspettative sempre maggiori e il rispetto delle rigide convenzioni sociali. In questo contesto s’innestano anche la paura di perdere il controllo e alcune forme di squilibrio neurobiologico, che intervengono a peggiorare la situazione. Viviamo essenzialmente in una società che genera ansia. Un lavoro, un esame, l’arrivo di un figlio, un matrimonio, l’amore, una novità, un viaggio, tutto può diventare motivo d’ansia o, come auspicabile in questi tempi difficili, essere vissuto con ottimismo e naturalezza. Sembra un paradosso, ma così come è migliorata la qualità della vita, sono aumentati anche i motivi per sentirci fragili e soffrire d’ansia. Ma come possiamo fare per essere veramente felici?.

"Il primo passo è trovare il tempo per l’ascolto e la riflessione: "Soprattutto oggi in cui il genere umano vive momenti di difficoltà estreme, tra terrorismo, povertà, problemi climatici e crisi economiche infinite, non siamo più in grado di avere un rapporto sano con il tempo. Viviamo nell'epoca dell'urgenza, della incapacità a trovare il tempo per le cose importanti, viviamo nella fretta, ci perdiamo tutto vivendo nel domani trascurando l'adesso. Siamo in grado di scegliere di cambiare? Abbiamo tempo per la riflessione? La riflessione è una delle basi verso la felicità, passando attraverso la saggezza, la consapevolezza, la comprensione" (cit Cucchi).

Secondo Cucchi è fondamentale coltivare anche la curiosità, ma quella vera. "In un mondo social non troviamo motivazioni e modi per la condivisione, questo ci impedisce di capire l'altro. Se non condividiamo però non capiremo mai veramente l'altro, non ci avvicineremo mai veramente al suo mondo, e lui al nostro". Come tornare a condividere? La chiave di volta "è la curiosità che ci spinge ad ascoltare e a guardare l'altro come un mondo da esplorare, non come una minaccia. In questo modo eviteremo di finire di essere soli ma social".

Infine Cucchi punta il dito contro le "aspettative insostenibili", uno dei maggiori mali della società moderna che allontana sempre più le persone della felicità: "Gli obiettivi sempre più alti – aggiunge lo psichiatra – ci rendono avidi. La nostra società è evoluta, ma non sempre evoluzione è sinonimo di armonia, equilibrio, benessere. Abbiamo creato circoli viziosi che ormai sfuggono al nostro controllo: lavoriamo troppo per stare meglio ma finiamo per stare peggio, siamo stressati, vittime dell’ansia, non riusciamo quasi mai a essere felici. Ma siamo convinti di essere sulla buona strada verso la nostra felicità?". Curiosità, riflessione e autocontrollo possono esserci di aiuto, conclude l'esperto.
Articolo pubblicato il: 20/03/2015, reperibile su: http://www.adnkronos.com/salute/2015/03/20/curiosita-riflessione-autocontrollo-nella-ricetta-per-essere-felici_8uAnyxvVwVQgS0TirIRtvJ.html

venerdì 13 marzo 2015

Il Fast Food dell’Informazione e il problema dell’obesità culturale

La società in cui viviamo oggi è chiamata “società della conoscenza” e l’imperativo vigente è “studiare”, formarsi prendersi una laurea, poi un master, apprendere….riapprendere fin quando se ne hanno le possibilità!
Ogni singola persona detiene un maggior numero superiore di informazioni rispetto alle società del passato, basti pensare alle innumerevoli che si possono reperire aprendo la nostra pagina facebook, delle quali alcune vengono approfondite ed altre rimangono in sospeso, ma comunque registrate dal nostro cervello!
Se pensiamo alle società passate tutto questo era un’utopia, solo una piccola parte delle popolazione istruita aveva accesso alla cultura… e in alcuni periodi storici c’erano anche persone che erano talmente colte ma talmente colte che avevano letto tutti i libri dal passato ai loro giorni, sfogliato ogni singola pagina delle riviste di tutti i giornali dalla prima all’ultima lettera! Dei mostri, no? No!, Se pensiamo che non esisteva il mondo globale, per cui ognuno era informato perlopiù dei fatti propri, che le riviste potevano essere considerate le attuali locandine…che non esistevano Ghost writer per cui i tempi di pubblicazione e il numero dei libri che circolavano si potevano contare sulle dita di una mano, e forse avanzava pure…
Ormai, che la società della conoscenza sia una gran fregatura per l’umanità lo hanno capito sia i “dottori” che chi la possibilità di studiare non ce l’ha avuta….l’imbroglio sta nel fatto che non è importante la qualità di quello che sai, ma la quantità! Ci hanno convinto ad abbandonare l’approfondimento e la dedizione allo studio, lo sviluppo delle capacità metacognitive, in favore alla produzione di nuova conoscenza da “fast food” veloce da reperire, accessibile a tutti e abbasso prezzo. Questa è stata anche la politica adottata dagli Atenei…non importa che tipo di dottori formare, l’importante è produrne tanti…e così come i bollini dei supermercati, studenti su studenti sono stati schedati con il loro numero di matricola!
Durante questo processo di ingrasso c’è anche chi ha saputo distinguersi per le sue capacità di non fagocitarsi e di continuare ad allenare quelle competenze che dalla massa sono state sepolte dal numero di parole e “bla bla bla…!”
Ciò che rende forti queste persone è la capacità di filtrare, di usare la logica, di ricercare la fonte, di guardarsi intorno, osservare e con calma dedizione rielaborare…tecniche sofisticate che richiedono sforzo, fatica, magari ore di ricerche vane per la gioia profonda di aver realmente compreso l’oggetto di analisi. Oltre il danno vi è pure la beffa….dopo le sudate che avete fatto, non pensate mica di ricevere applausi? Se non avete interlocutori al vostro stesso livello, passerete per pazzi, in alcuni casi rivoluzionari, in altri non “aggiornati dei fatti”, altre volte dei perfetti perditempo che non hanno nulla da fare per impiegare il proprio tempo!
Prima o poi qualcuno dirà che tutto questo abuso di “Big Mac Knowledge” porta a serie problemi alla salute per cui inizieranno a comparire cartelli come “ si prega di non diffondere cazzate, questo potrebbe danneggiare sia te sia le persone che ti sono vicine”….”mantenere le minchiate fuori dalla portata dei bambini”…”conta fino a dieci prima di aprire bocca”…”la cattiva informazione nuoce gravemente bambini in via di sviluppo”……

Beata Ignoranza!

mercoledì 29 ottobre 2014

Babe, Il maialino coraggioso!

Babe, protagonista del romanzo scritto nel 1983 da Dick King-Smith, è un maialino destinato alla pentola per il pranzo di Natale. Grazie al suo coraggio e all’aiuto dei suoi amici, pecore e altri animali della fattoria dei coniugi Hoggett, riesce a cambiare il suo destino, nonostante i diversi ostacoli e le diverse difficoltà, e a diventare il miglior cane pastore del villaggio.
Il coraggio mostrato da Babe, insieme all’intelligenza, sincerità e gentilezza, serve per fare squadra e creare un gruppo affiatato che sia in grado di combattere e superare ogni tipo di avversità.
Babe riesce inoltre a raggiungere un altro obiettivo, ossia la realizzazione di un contesto solidale, strumento, cioè, col quale si dimostra che l’unione fa davvero la forza.

Il coraggio, la cui etimologia deriva dal latino cor, è una virtù ampia, come dichiara l'origine che la lega al cuore, che fa’ si che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l’incertezza e l’intimidazione.
Nei contesti lavorativi attuali è costantemente richiesta una certa mole di coraggio per far fronte al numero di domande crescenti, occupare posizioni lavorative che non sono in sintonia con i propri obiettivi o desideri professionali, combattere importanti fenomeni quali la corruzione, il lavoro in nero, lo sfruttamento lavorativo, il fallimento aziendale (Lacayo & Ripley, 2002)…..o evitare la pentola bollente come nel caso di Babe!
I lavoratori, per far fronte ai contesti lavorativi attuali, caratterizzati principalmente da conflitti e tensioni, tendono a mettere in atto azioni di collaborazione e innovazione, che secondo alcuni autori, possono essere definite delle azioni di coraggio, in quanto potrebbero essere accompagnate da un forte fattore di rischio dato delle conseguenze che tali azioni potrebbero avere in termini di carriera professionale (Hogg & Terry, 2000; Ibarra & Barbulescu, 2010).
Aristotele, per primo, definì la persona coraggiosa come “colui che affronta e teme le cose giuste, per il giusto motivo nel modo e nel momento giusto e con la giusta fiducia nel poterle superare.”
Gaud (2005) definisce il coraggio in termini di emozione, cognizione e comportamenti.
Questa definizione è stata poi ripresa da diversi autori, tanto che in letteratura gli atti coraggiosi vengono ormai definiti lungo tre dimensioni fondamentali: (1) intenzione a perseguire un obiettivo moralmente degno, (2) azione intenzionale, e (3) presenza di rischi percepiti, minacce o ostacoli (Harris, 2001; Kilmann, O’Hara, & Strauss, 2010; O’Byrne, Lopez, & Peterson, 2000; Rate, Clarke, Lindsay, & Sternberg, 2007; Shelp, 1984; Walton, 1986; Wood- ard, 2004; Worline et al., 2002). Affinché l’azione possa essere definita coraggiosa devono essere presenti tutte e tre le dimensioni sopra descritte.
Un atto coraggioso come primo requisito implica il perseguimento di un obiettivo che può essere considerato di nobile rilevanza (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001; shelp, 1984; Walton, 1986). L'atto può essere destinato a raggiungere un obiettivo etico (ad esempio, la lotta contro la criminalità), a rispettare un principio o un ideale (ad esempio, denunciare un'ingiustizia), o ad aiutare altre persone (ad esempio, impegnarsi in azioni di cittadinanza attiva, far parte di gruppi di volontariato). Il comportamento indirizzato al solo scopo di favorire l'interesse di un individuo o a raggiungere un obiettivo insignificante non è considerato coraggioso, anche se il comportamento comporta notevoli rischi.
La persona deve inoltre scegliere deliberatamente di spendere energie e sforzi per mettere in atto azioni coraggiose, per cui comportamenti che derivano da richieste coercitive a cui le persone rispondono in modo coatto, non possono essere definite coraggiose (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001).
Un atto è considerato infine coraggioso solo se sono noti i rischi personali, le minacce e gli ostacoli (Cavanagh e Moberg , 1999; Harris , 2001 ). I rischi devono essere significativi, ad esempio in un ambiente lavorativo i rischi possono essere di tipo fisico (lesioni personali), sociali (perdita di amici), psicologici (ansia), o economici (perdita del posto di lavoro o decurtazione dello stipendio).
Il coraggio sembra inoltre essere in stretta relazione con i comportamenti sociali e con le credenze di efficacia nel gestire situazioni problematiche e con un elevato livello motivazionale delle persone a raggiungere i propri obiettivi (Rachman, 2004). Altri studi (Goud, 2005) mettono inoltre in evidenzia la correlazione che sussiste tra il coraggio e il senso di responsabilità delle persone, sia verso se stesse che verso gli altri, il senso di appartenenza ad un gruppo e la morale che caratterizza il gruppo (quanto coesi/integrati sono i membri del gruppo?).
Il coraggio sembra dunque essere un elemento che oltre ad aiutare le persone a far fronte a contesti lavorativi sempre più sfidanti, potrebbe sostenere l’inclusione e la partecipazione attiva di persone vulnerabili nei normali contesti di vita, formativi, lavorativi e sociali.
La storia di Babe ci insegna che il coraggio non è solamente quello dei grandi eroi, anche un maialino può avere coraggio, il quale può aiutar a cambiare storie di vita dai finali già scritti, sopratutto attraverso la creazione di contesti cooperativi.


giovedì 17 aprile 2014

Non è un paese per vecchi






 
Prima di insegnare qualcosa a qualcuno bisogna almeno conoscerlo.
Chi si presenta oggi a scuola, al liceo, all’università?- Michel Serres-

Fino a poco tempo fa un insegnante, in classe o in un’alula universitaria, aveva il compito di dispensare il sapere depositato nei libri e il tutto avveniva in un silenzio assoluto. Attualmente, in tutti i luoghi del sapere, dalle scuole elementari all’università, il silenzio è stato sostituito al “chiacchericcio”. Il Sapere Assoluto di un tempo, esigeva che l’alunno piegasse la schiena, in un gesto di sottomissione, analogo a quello dei nostri antenati, curvi davanti al potere assoluto dei re o del divino, silenzio e prostrazione, il collettivo verso una pedana, sia essa quella di un teatro, di un tribunale, di un altare, di una cattedra.

Chi sono i ragazzi che chiacchierano, i bambini che borbottano? Secondo il filosofo Serre la facilità di accesso di sapere che riempie i ragazzi di oggi, li libera dalle catene che li legavano con le schiene ricurve sulle sedie, in quanto, sparso dappertutto il sapere si espande su uno spazio omogeneo, decentrato, libero. Quando i ragazzi usano i cellulari o i computer richiedono al corpo una posizione attiva, domanda e non offerta.

L’era del Sapere Assoluto e dei decisori sembra essere dunque finita!

Ed è perciò necessario cambiare modo di ragionare e di approcciarci al sapere, un sapere che è caratterizzato da rumori e non da silenzio, che richiede invenzione e non ascolto passivo, mescolanza e non distinzione delle conoscenze, caos e non ordine imposto. Pensiamo ad esempio come la distinzione dei singoli saperi/materie diventa un limite per le conoscenze del futuro; dividere i dipartimenti di fisica da quello di scienze umane a oggi non ha più senso, è la mescolanza la materia prima della creatività, quella che dà la possibilità ai giovani di mettere in risalto l’emergere delle nuove competenze….mettiamo insieme dunque la psicologia con l’ingegneria, informatica, economia, et…

La condivisione del sapere rende inoltre simmetrico l’insegnamento, l’ascolto accompagna i discorsi, il capovolgimento della vecchia piramide favorisce una circolazione a doppio senso della conoscenza: il paziente s’informa su internet sui sintomi della sua malattia e il medico apprende molti dei sintomi ad esempio delle pazienti malate di cancro al seno dai blog in rete. Il collettivo, che si nascondeva impaurito sotto il potere dei decisori e dei detentori del sapere, lascia il posto oggi al connettivo, sempre più “realmente” virtuale.

Prima dunque di farci riempire il nostro cervello di saperi da persone che ritengono di possedere il potere decisionale perché hanno a che fare con un “grande pubblico d’imbecilli”, ricordiamoci che noi abbiamo il dovere di ribaltare il mondo della conoscenza, anche se ciò implica l’abilità di muoversi in una valanga di nozioni e di caos.

Diffidiamo dunque di chi vuole semplificare, in futuro crescerà la complessità perché è proprio essa crea libertà e dunque democrazia!

mercoledì 20 novembre 2013

Indignazione, Denuncia, Informazione e Propaganda di modelli positivi!!!

Il “World Report on Disability” ha stimato che più di due miliardi di persone, 15,6% delle persone in età lavorativa, dai 15 anni in su, ha una qualche forma di disabilità (WHO, 2011). Secondo l’istituto statistico Eurofound (2010), il numero delle persone con disabilità nella maggior parte dei paesi del mondo è destinato a crescere nei prossimi anni e ciò è dovuto sia alle prospettive di vita più lunghe che a condizioni cliniche generali in aumento quali diabete, problemi vascolari e problemi di salute mentale, condizioni ambientali, come calamità naturali, guerre, abuso di sostanze, inquinamento atmosferico, incidenti stradali.Una politica che ha a cuore i suoi cittadini, prendendo visione dei Report, ai quali basta accedere da qualsiasi motore online, che denunciano l'allarme di aumento nella popolazione di persone con menomazioni e disabilità nel prossimo futuro, dovrebbe programmare delle attività volte ad incrementare il benessere della cittadinanza, attraverso azioni di prevenzione di una cultura sociale integrativa.Come mai allora negli ultimi tempi assistiamo ad un tentativo di rimarginalizzazione delle persone con disabilità? Come mai non si è posta l'attenzione sul fatto che, prolungando la vita lavorativa delle persone, con molta probabilità i datori di lavoro avranno a che fare con una fetta di lavoratori che potranno presentare difficoltà nello "stare al passo" con le richieste produttive?Quali sono le azioni che come singoli cittadini possiamo mettere in atto per promuovere una società integrante e che dia ascolto alla voce dei singoli?

Indignazione, Denuncia, Informazione e Propaganda di modelli positivi!!!


Inclusion
 



 

venerdì 8 novembre 2013

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2012/2

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2012/2
Numero di rivista
aprile 2012
Sara Santilli

Abstract
This work aims to analyse employers’ attitudes towards disabled employees and to highlight the characteristics of the organisation, the disabled persons and the characteristics of the employers that are more significantly associated with such attitudes. Building on Stone and Colella’s model (1996), this article examines how job applicants with different disabilities are evaluated in a work context and presents evidence of an Italian study conducted with 84 industrial employers. In order to promote the employment of disabled persons it is important to change the way these individuals are perceived and to plan specific programmes to modify the attitudes of the employers. 

giovedì 7 novembre 2013

Alla ricerca di un lavoro dignitoso


Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art.23, 1948).
Il tema della disoccupazione è oggi particolarmente importante in quanto la recente crisi socio-economica e la recessione ad essa associata hanno determinato nei paesi occidentali il più alto tasso di disoccupazione dopo la Grande Depressione del 1930 (Chen e Lim, 2012). La disoccupazione può essere un periodo stressante, deprimente e spiacevole, caratterizzato da elevati livelli di ansia, preoccupazioni finanziarie e tensioni anche all’interno della coppia coniugale. Non a caso l’organizzazione mondiale della sanità nel report Impact of economic crises on mental health (WHO, 2011) sottolinea la stretta relazione che sussiste fra fattori di rischio socio-economici, povertà, disoccupazione, ecc., e problemi di salute e disturbi mentali. Nell’analizzare il fenomeno della disoccupazione e della ricerca del lavoro, nell’ultimo decennio in particolare, è apparso però evidente che una questione chiave riguarda non solo il trovare un lavoro qualsiasi, ma soprattutto la possibilità di trovare un lavoro di qualità ed appagante così da garantire un rinserimento lavorativo durevole e dignitoso (Findlay, Kalleberg, Warhurst, 2013).

Una discrepanza fra i progetti e i desideri della persona in cerca di lavoro e le caratteristiche del lavoro trovato può condurre a scarsi livelli di soddisfazione professionale, rischio elevato di burnout, aumento delle intenzioni di turnover, e incidere sui tassi di produttività, così come sentimenti depressivi e una riduzione della percezione di benessere.

Proprio per questi motivi dovrebbe essere posta attenzione sulla qualità del reinserimento nel mondo del lavoro piuttosto che sul rinserimento in sé, poiché un lavoro di “bassa qualità” non solo ha degli effetti negativi sul benessere, ma aumenta anche la probabilità di quella persona di ritrovarsi quanto prima in una nuova fase di ricerca.




martedì 5 novembre 2013

Lavoro e Disabilità

La presenza di una disabilità spesso si associa a una limitata partecipazione alle attività lavorative e alla vita economica, tanto che si possono osservare condizioni che vanno dalla «disoccupazione occasionale» all'«impossibilità» di partecipare a qualsiasi forma di lavoro (Ferrari, Nota e Soresi, 2008). A questo riguardo, una serie di ricerche ha approfondito quanto la marginalizzazione delle persone con disabilità sia conseguenza degli atteggiamenti negativi verso la disabilità manifestati dai datori di lavoro che comportano, rinforzano e istituzionalizzano barriere al loro inserimento lavorativo (Clarke e Crew, 2000).
In un recente studio italiano, Nota, Santilli, Ginevra e Soresi (in press), coinvolgendo un gruppo di datori di lavoro, metà dei quali con precedenti esperienze di lavoratori con disabilità, hanno esaminato, oltre agli atteggiamenti verso tipologie diverse di disabilità, anche il peso che assume il tipo di presentazione che viene fatta di un possibile e futuro lavoratore con disabilità, confrontando gli atteggiamenti registrati in presenza di una modalità più tipica di presentazione, relativa alle disabilità della persona, e quelli associati a una descrizione che prevede anche la presentazione di alcuni punti di forza. Le analisi condotte hanno confermato il fatto che l'atteggiamento dei datori di lavoro è più negativo nei confronti di candidati che sperimentano problemi psichici, rispetto alle altre due tipologie, disabilità intellettiva e disabilità sensoriale, in particolare per quanto riguarda la loro accettazione sociale. Per quanto riguarda il tipo di presentazione, l'aver fornito una descrizione di alcuni punti di forza, in sintonia con le ipotesi, si associa ad atteggiamenti più positivi. Questo ha portato gli autori a concludere che una presentazione di ciò che le persone con disabilità sanno fare e delle loro caratteristiche positive può aiutare i datori di lavoro a pensare a come potrebbero impiegarli nell'ambito delle loro aziende.
Se è vero che gli atteggiamenti sono i migliori predittori delle intenzioni comportamentali, allora conoscerli in anticipo significa poter individuare le situazioni nelle quali le persone con disabilità possono incontrare maggiore resistenza, avere un'idea delle possibili preoccupazioni dei datori di lavoro nell'assumere persone con disabilità e progettare e realizzare specifiche azioni di coinvolgimento dei datori di lavoro (Santilli, under review).