Finalmente un'area di servizio...km e km sono passati, ora proprio non ce la faccio più...ho bisogno di un bagno!
Canticchio Paolo Conte per accorciare sempre più la distanza che mi separa dalla porta che ho già puntato in lontananza e per rammentare che no, non sono nervosa, devo solo fare la pipì...
la gonna stilizzata viene subito riconosciuta dal mia cervello che come un gps mi segnala "prendere l'uscita a sinistra". Inizio a correre verso la porta del paradiso della mia vescica...prometto che non lo offenderò più dandogli del "cesso".
Arrivata...ops...ho sbagliato! Cavolo! la mia vista peggiora...ho scambiato una gonnelina con una sedia a rotelle...eppure c'è una bella differenza!
Vabbè Sara...magari il problema del controllo oculistico lo rimandiamo ad un altra volta, ora cerca di liberarti dai liquidi!
Ahh....fatta!
Il mio respiro riprende un ritmo regolare, le gambe cercano di ricomporsi dalla posizione ad X cattura pipì... il passo è lento e tranquillo!
Fischiettando il nulla, ripasso davanti a quel cartello che mi aveva ingannato pochi minuti prima...qualcosa cattura la mia attenzione...com'è possibile? ho visto bene? cosa? la figura stilizzata della donna con la gonna è accanto alla figura stilizzata dell'uomo su una sedia a rotelle?
No....sono allibita....il mio cervello inizia ad andare in confusione e mi chiede: " Davvero esistono donne su sedia a rotelle? davvero? le persone con disabilità sono sia uomini che donne??"
Inizio a farlo ragionare..." Ma come, proprio tu ti fai certe domande? tu che sei cresciuto in mezzo alla disabilità, che ti ostini a combattere per i diritti delle persone, sei cascato nella trappa del pregiudizio che ti benda gli occhi e non ti fa leggere la realtà?"
Vanamente cerca di giustificarsi "ma..ma...ma io non avevo mai visto sino ad ora un bagno per persone con disabilità di sesso femminile e uno per quello di sesso maschile...è la prima volta!"
E' vero...è la prima volta! In 30 anni ho frequentato centinaia di posti adibiti per persone con disabilità...e mai trovato nulla del genere!
Mi chiedo allora quanto debba soffrire una persona nel non essere riconosciuta in quanto tale ma nell'etichetta che noi abbiam deciso di attribuirgli...un etichetta senza nome, senza sesso, senza il rispetto alcuno dei diritti!
Sarebbe bello vivere almeno una volta al giorno episodi di "dissonanza cognitiva" che ossigenano il nostro cervello dal coma mentale.
Babe, protagonista del romanzo scritto nel 1983 da Dick King-Smith, è un maialino destinato alla pentola per il pranzo di Natale. Grazie al suo coraggio e all’aiuto dei suoi amici, pecore e altri animali della fattoria dei coniugi Hoggett, riesce a cambiare il suo destino, nonostante i diversi ostacoli e le diverse difficoltà, e a diventare il miglior cane pastore del villaggio. Il coraggio mostrato da Babe, insieme all’intelligenza, sincerità e gentilezza, serve per fare squadra e creare un gruppo affiatato che sia in grado di combattere e superare ogni tipo di avversità. Babe riesce inoltre a raggiungere un altro obiettivo, ossia la realizzazione di un contesto solidale, strumento, cioè, col quale si dimostra che l’unione fa davvero la forza.
Il coraggio, la cui etimologia deriva dal latino cor, è una virtù ampia, come dichiara l'origine che la lega al cuore, che fa’ si che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l’incertezza e l’intimidazione.
Nei contesti lavorativi attuali è costantemente richiesta una certa mole di coraggio per far fronte al numero di domande crescenti, occupare posizioni lavorative che non sono in sintonia con i propri obiettivi o desideri professionali, combattere importanti fenomeni quali la corruzione, il lavoro in nero, lo sfruttamento lavorativo, il fallimento aziendale (Lacayo & Ripley, 2002)…..o evitare la pentola bollente come nel caso di Babe! I lavoratori, per far fronte ai contesti lavorativi attuali, caratterizzati principalmente da conflitti e tensioni, tendono a mettere in atto azioni di collaborazione e innovazione, che secondo alcuni autori, possono essere definite delle azioni di coraggio, in quanto potrebbero essere accompagnate da un forte fattore di rischio dato delle conseguenze che tali azioni potrebbero avere in termini di carriera professionale (Hogg & Terry, 2000; Ibarra & Barbulescu, 2010). Aristotele, per primo, definì la persona coraggiosa come “colui che affronta e teme le cose giuste, per il giusto motivo nel modo e nel momento giusto e con la giusta fiducia nel poterle superare.” Gaud (2005) definisce il coraggio in termini di emozione, cognizione e comportamenti. Questa definizione è stata poi ripresa da diversi autori, tanto che in letteratura gli atti coraggiosi vengono ormai definiti lungo tre dimensioni fondamentali: (1) intenzione a perseguire un obiettivo moralmente degno, (2) azione intenzionale, e (3) presenza di rischi percepiti, minacce o ostacoli (Harris, 2001; Kilmann, O’Hara, & Strauss, 2010; O’Byrne, Lopez, & Peterson, 2000; Rate, Clarke, Lindsay, & Sternberg, 2007; Shelp, 1984; Walton, 1986; Wood- ard, 2004; Worline et al., 2002). Affinché l’azione possa essere definita coraggiosa devono essere presenti tutte e tre le dimensioni sopra descritte. Un atto coraggioso come primo requisito implica il perseguimento di un obiettivo che può essere considerato di nobile rilevanza (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001; shelp, 1984; Walton, 1986). L'atto può essere destinato a raggiungere un obiettivo etico (ad esempio, la lotta contro la criminalità), a rispettare un principio o un ideale (ad esempio, denunciare un'ingiustizia), o ad aiutare altre persone (ad esempio, impegnarsi in azioni di cittadinanza attiva, far parte di gruppi di volontariato). Il comportamento indirizzato al solo scopo di favorire l'interesse di un individuo o a raggiungere un obiettivo insignificante non è considerato coraggioso, anche se il comportamento comporta notevoli rischi. La persona deve inoltre scegliere deliberatamente di spendere energie e sforzi per mettere in atto azioni coraggiose, per cui comportamenti che derivano da richieste coercitive a cui le persone rispondono in modo coatto, non possono essere definite coraggiose (Cavanagh e Moberg, 1999; Goud, 2005; Harris, 2001). Un atto è considerato infine coraggioso solo se sono noti i rischi personali, le minacce e gli ostacoli (Cavanagh e Moberg , 1999; Harris , 2001 ). I rischi devono essere significativi, ad esempio in un ambiente lavorativo i rischi possono essere di tipo fisico (lesioni personali), sociali (perdita di amici), psicologici (ansia), o economici (perdita del posto di lavoro o decurtazione dello stipendio). Il coraggio sembra inoltre essere in stretta relazione con i comportamenti sociali e con le credenze di efficacia nel gestire situazioni problematiche e con un elevato livello motivazionale delle persone a raggiungere i propri obiettivi (Rachman, 2004). Altri studi (Goud, 2005) mettono inoltre in evidenzia la correlazione che sussiste tra il coraggio e il senso di responsabilità delle persone, sia verso se stesse che verso gli altri, il senso di appartenenza ad un gruppo e la morale che caratterizza il gruppo (quanto coesi/integrati sono i membri del gruppo?). Il coraggio sembra dunque essere un elemento che oltre ad aiutare le persone a far fronte a contesti lavorativi sempre più sfidanti, potrebbe sostenere l’inclusione e la partecipazione attiva di persone vulnerabili nei normali contesti di vita, formativi, lavorativi e sociali. La storia di Babe ci insegna che il coraggio non è solamente quello dei grandi eroi, anche un maialino può avere coraggio, il quale può aiutar a cambiare storie di vita dai finali già scritti, sopratutto attraverso la creazione di contesti cooperativi.
Marilyn Wedge è una terapista familiare che di recente ha scritto un articolo intitolato "Why French Kids Don't Have ADHD" nel quale ha cercato di analizzare la causa del grande divario che vi è tra il numero di bambini diagnosticati con ADHD in america (9%) e quelli in Francia (.5%). La differnza, secondo l'autrice è data dal modo in cui viene teorizzato il disturbo: l' ADHD è un disturbo di origine biologica-neurologica? La risposta a questa domanda sembra cambiare a seconda del continente. Negli Stati Uniti, gli psichiatri infantili considerano l'ADHD come un disordine biologico con cause biologiche. Il trattamento preferenziale è dunque di tipo biologico con farmaci come il Ritalin e l'Adderall.
Gli psichiatri infantilifrancesi nonutilizzano lo stessosistemadi classificazione per i problemi emotividell'infanzia.Essi non utilizzano infatti ilDSM.La Federazione FrancesediPsichiatriaha sviluppatounsistema di classificazionealternativoal DSM, ilCFTMEA(ClassificazioneFrançaisedesTroublesmentauxde L'Enfantetde l'Adolescent),uscitonel 1983,e aggiornatonel 1988 e2000.Il focusdelCFTMEAèsull'individuazionedelle causepsicosocialialla basedei sintomidei bambini, al quale fa seguito un intervento su di esse. Nessun "incerottamento farmacologico"al fine di mascherare i sintomi.
Secondo questa autrice le cause delle problematiche di quelli che per gli americani possono essere considerati disturbi ADHD, vanno individuati all'interno del contesto educativo e familiare nel quale il bambino cresce e si sviluppa. Molto probabilmente con un occhio in più rispetto al contesto sociale anche il numero di bambini con tali problematiche diagnosticati in america diminuirebbe.
Con ciò l'autrice non nega problematiche di ADHD, ma semplicemente pone un allarme rispetto all'abuso diagnostico e all'utilizzo farmacologico che sta prendendo piede nell'ultimo periodo.
E in Italia? A mio avviso, se pur tendenti ad imitare modelli americani, noi italiani respiriamo di una cultura europea caratterizzata da valori educativi e familiari che sarebbe bene continuare a custodire, cercando anche di riprendere in mano la nostra storia, imparando anche noi a sventolare di tanto in tanto la nostra bandiera!
E se dietro i disturbi da deficit d’attenzione e iperattività, oppositivo provocatorio, della condotta e d’ansia sociale si nascondessero in realtà solo piccoli leader, attivisti, rivoluzionari, pensatori e filantropi? “Facciamo scegliere ai bambini come definirsi e fermiamo l’etichettatura psichiatrica dei minori”. A richiederlo a gran voce è il Comitato dei cittadini per i diritti umani (Cchr), diffondendo in rete un video dal titolo ‘Psychiatry—Labeling Kids with Bogus 'Mental Disorders'.
DAL CCHR ALL’UNIVERSITÀ DI PADOVA - La stessa convinzione ha trovato terreno fertile anche in Italia, grazie al Centro di Ateneo di Servizi e Ricerca per la Disabilità, la Riabilitazione e l'Integrazione dell’Università degli studi di Padova sul blog Ce.Ateneo. Apre infatti la pagina degli universitari un articolo emblematico: ‘Guardare alle persone e non alle loro disabilità’.
“In un mondo complesso come quello in cui viviamo, dove le diversità aumentano, le incertezze per il futuro a volte sembrano soffocarci togliendoci la libertà di disegnare i nostri destini- scrive Sara Santilli in Ce.Ateneo- la solidarietà, la cooperazione e la partecipazione civile sono gli strumenti attraverso i quali possiamo provare a far cambiare direzione alle cose. Per far questo ci vuole coraggio, il coraggio di sradicare i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi che tagliano le gambe e annullano sogni. Il coraggio di guardare alle persone e non alle loro disabilità!”.
Così gli studenti del corso di 'Counseling psicologico per l'inclusione delle disabilità e del disagio sociale', diretto da Laura Nota (docente di Psicologia dell’integrazione scolastica e sociale, Psicologia dell’orientamento scolastico-professionale e Psicologia dell’inserimento lavorativo delle persone disabili), sono invitati a “considerare i soggetti con disabilità intellettiva e cognitiva come eguali, come persone e non ritardati”.
IN USA 1.400 BAMBINI DIAGNOSTICATI CON ADHD NEL PRIMO ANNO DI VITA - Eppure negli Stati Uniti, solo nel primo anno di vita, sono stati diagnosticati 274 mila bambini con disturbo psichiatrico, 1.400 con sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), 26 mila con depressione, 654 psicotici e 227 mila ansiosi. Lo riferisce l’IMS Health, la più importante società fornitrice di dati medici sulle prescrizione degli Stati Uniti, analizzando il database nazione relativo unicamente al 2013 (IMS Health Vector One National database Year 2013). Dati riportati in un articolo del Comitato dei cittadini per i diritti umani (http://www.cchrint.org/psychiatric-drugs/children-on-psychiatric-drugs/). Valori ben più elevati si registrano poi sul campione 0-17 anni, tanto che ad assumere psicofarmaci sono più di 8 milioni di minori, e oltre un milione sono sotto i cinque anni. Ma a far discutere sono senz’altro i valori relativi all’Adhd, che riguardano oltre 4 milioni di soggetti.
CON RUSH HOUR IN ITALIA SI RIACCENDE L’ATTENZIONE SULL’ADHD - Torna d’attualità in Italia il dibattito sulla sindrome da deficit di attenzione e iperattività grazie all’uscita nelle sale cinematografiche del film documentario Rush Hour. Un viaggio tra gli Usa e l’Italia all’interno della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), tra laboratori di genetica e di Brain Imaging, aule universitarie e scuole elementari, in un confronto tra i due Paesi agli estremi della forbice d’incidenza del disturbo: negli Usa sono diagnosticati come Adhd l’11% dei bambini, in Italia la casistica è invece al di sotto dell’1%. Una disparità che ha attirato l’interesse della regista napoletana Stella Savino, “colpita dal variare dei criteri diagnostici a seconda dei paesi. Una diagnosi che dipenderà dunque esclusivamente dal medico che si incontra”. Il film denuncia che l’uso delle “sostanze eccitanti (Ritalin) per la cura dell’Adhd è aumentato di un sorprendente 100% in più di 50 paesi”.
IL PROBLEMA VERO È LA DIAGNOSI - “Il problema vero è la diagnosi- afferma Savino alla Dire- non ha dei criteri scientifici come molte malattie psichiatriche che soffrono di questa ambiguità. Ciò però che è grave è che l’Adhd riguarda i piccoli e la cura è molto pericolosa. Molti bambini cadono in questa valutazione quando magari hanno altro e se non sei stimolato a fare una ricerca profonda puoi catalogare come Adhd qualcosa che non lo è. Ad esempio- spiega la filmaker- se un bambino ha problemi epatici e si addormenta a scuola possono dirgli che ha deficit dell’attenzione, e crescerà pensando di avere un disturbo mentale quando invece ha un problema fisico che peggiorerà con i farmaci sbagliati”.
GLI EFFETTI COLLATERALI DEI FARMACI - “Gli effetti collaterali dei farmaci sono scritti sui bugiardini e dichiarati nelle tabelle del ministero. Sul Registro nazionale Adhd- sottolinea Salvino- è anche possibile trovare dei documenti che testimoniano che non c’è nessun caso che non abbia manifestato almeno uno degli effetti collaterali del farmaco. L’atomexina produce allucinazioni, gravi danni epatici e tendenze suicide, e il metilfenidato è un’anfetamina che produce danni epatici, circolatori e l’alopecia. Il principio attivo del Ritalin è classificato dalla Dea (Drug enforcement administration) nello stesso gruppo dei narcotici, insieme con l’eroina, la morfina e la cocaina”.
DAL CCHR UN ALLARME - La Commissione dei cittadini per i diritti umani (Cchr) ha lanciato l’allarme: “Sono milioni i bambini diagnosticati con sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo bipolare, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo d'ansia sociale e molte altre etichette psichiatriche (diagnosi), nessuna delle quali è supportata da test medici o confermata dalla scienza come disfunzione fisica (malattia)”. A fronte di ciò, “i genitori non ricevono informazioni precise sulle etichette psichiatriche (disturbi mentali) o i farmaci prescritti per 'trattare' i loro figli- prosegue il Cchr- gli viene semplicemente detto che il loro bambino è malato mentalmente e, il più delle volte, deve assumere farmaci psichiatrici, compresi quelli per l’Adhd che la Drug Enforcement Administration categorizza nella stessa classe delle sostanze che creano forte dipendenza come la cocaina, la morfina e l’oppio”.
NON ESISTE UN TEST PER L’ADHD - Anche il National institute of health consensus (Nih) ha dichiarato che “non abbiamo un valido test indipendente per l'Adhd, e non ci sono dati che indicano che l'Adhd causi un malfunzionamento del cervello". Davanti ad una assenza di prove scientifiche “chiunque virtualmente, in qualsiasi momento, potrebbe rientrare nel disturbo bipolare o nella sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Chiunque- ripete Stefan Kruszewski, noto psichiatra- questo diventa quindi un problema di tutti, poiché anche una sola di queste 'malattie' innesca il dispenser della pillola ".
I CONSIGLI DEL CCHR AI GENITORI - “La prima cosa che i genitori dovrebbero sapere è che non ci sono prove mediche che possano dimostrare che il vostro bambino è ‘malato di mente’. In realtà qualsiasi diagnosi di disturbo mentale si basa unicamente su un parere, su un semplice elenco di comportamenti”. Per questo motivo la Commissione dei cittadini per i diritti umani ha stilato quattro consigli per i genitori: “Chiedete di vedere il test di laboratorio, la scansione cerebrale, l’esame del sangue o i raggi X che dimostrano che il bambino abbia un disturbo mentale che richiederebbe un trattamento; Se sono raccomandati dei farmaci per vostro figlio, stampate le avvertenze internazionali e tutti gli studi relativi ai rischi connessi a qualsiasi tipo di medicinale consigliato. Consegnateli al medico/psichiatra che ve li ha prescritti per sapere se n è a conoscenza(spesso sono informati solo dai rappresentanti farmaceutici); Se lo psichiatra/medico vi dà una prova che il bambino ha un 'disturbo mentale' inviatecela e noi vi dimostreremo che è falsa; Ci sono alternative non farmacologiche per trattare problematiche come i disturbi dell'umore, d'attenzione e di comportamento che non richiedono un'etichetta psichiatrica stigmatizzante. Avete il diritto di conoscere i trattamenti non farmacologici e- conclude il Cchr- di avere un secondo parere”.
ASSUNZIONE DI FARMACI PRISHIATRICI NEL DETTAGLIO - Da 0 a 1 anni sono 274.804 i bambini che assumono psicofarmaci; da 2-3 anni 370.778; da 4 a 5 anni 500.948; da 6 a 12 anni 4.130.340; da 13 a 17 anni 3.617.593. Il totale complessivo 0-17 anni è di 8.389.034.
ASSUNZIONE DI FARMACI PER L’ADHD NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 1.422 i bambini che assumono farmaci per trattare l’Adhd; da 2-3 anni 10.413; da 4-5 anni 181.023; da 6-12 anni 2.723.126; da 13-17 anni 1.775.896. Il totale complessivo 0-17 anni è di 4.404.360.
ASSUNZIONE DI ANTIDEPRESSIVI NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 26.406 i bambini che assumono antidepressivi; da 2-3 anni 46.102; da 4-5 anni 45.822; da 6-12 anni 686.950 ; da 13-17 anni 1.444.422. Il totale complessivo 0-17 anni è di 2.165.279
ASSUNZIONE DI ANTIPSICOTICI NEL DETTAGLIO- Da 0-1 anni sono 654 i bambini che assumonoantipsicotici; da 2-3 anni 3.760; da 4-5 anni 24.363; da 6-12 anni 359.882; da 13-17 anni 490.272. Il totale complessivo 0-17 anni è di 830.836.
ASSUNZIONE ANTIANSIOLOITICI NEL DETTAGLIO - Da 0-1 anni sono 227.132 i bambini che assumono antiansiolitici; da 2-3 anni 282.759; da 4-5 anni 247.754, da 6-12 anni 790.149; da 13-17 anni 650.273. Il totale complessivo 0-17 anni è di 2.132.625.
“Se siamo tutti così impegnati nel rimuovere le barriere architettoniche, perché insistiamo su quelle psicologiche? Non è ora che smettiamo di descrivere le persone utilizzando termini che mai essi stessi utilizzerebbero spontaneamente, per descrivere se stessi?” (Snow, 2009).
“If we are serious about removing barriers... Isn’t it time to stop calling people names, which they never choose to use about themselves?... And when the great Wall of attitudinal barriers falls, other barriers will also come tumbling down (Snow, 2007).
Il “World
Report on Disability” ha stimato che più di due miliardi di persone, 15,6%
delle persone in età lavorativa, dai 15 anni in su, ha una qualche forma di
disabilità (WHO, 2011). Secondo l’istituto statistico Eurofound (2010), il
numero delle persone con disabilità nella maggior parte dei paesi del mondo è
destinato a crescere nei prossimi anni e ciò è dovuto sia alle prospettive di
vita più lunghe che a condizioni cliniche generali in aumento quali diabete,
problemi vascolari e problemi di salute mentale, condizioni ambientali, come
calamità naturali, guerre, abuso di sostanze, inquinamento atmosferico,
incidenti stradali.Una politica che ha a cuore i suoi cittadini,
prendendo visione dei Report, ai quali basta accedere da qualsiasi motore
online, che denunciano l'allarme di aumento nella popolazione di persone con
menomazioni e disabilità nel prossimo futuro, dovrebbe programmare delle
attività volte ad incrementare il benessere della cittadinanza, attraverso
azioni di prevenzione di una cultura sociale integrativa.Come mai allora negli
ultimi tempi assistiamo ad un tentativo di rimarginalizzazione delle persone
con disabilità? Come mai non si è posta l'attenzione sul fatto che, prolungando
la vita lavorativa delle persone, con molta probabilità i datori di lavoro
avranno a che fare con una fetta di lavoratori che potranno presentare
difficoltà nello "stare al passo" con le richieste produttive?Quali sono le azioni che
come singoli cittadini possiamo mettere in atto per promuovere una società
integrante e che dia ascolto alla voce dei singoli? Indignazione, Denuncia,
Informazione e Propaganda di modelli positivi!!!
La presenza di una disabilità spesso si associa a una limitata
partecipazione alle attività lavorative e alla vita economica, tanto che
si possono osservare condizioni che vanno dalla «disoccupazione
occasionale» all'«impossibilità» di partecipare a qualsiasi forma di
lavoro (Ferrari, Nota e Soresi, 2008). A questo riguardo, una serie di
ricerche ha approfondito quanto la marginalizzazione delle persone con
disabilità sia conseguenza degli atteggiamenti negativi verso la
disabilità manifestati dai datori di lavoro che comportano, rinforzano e
istituzionalizzano barriere al loro inserimento lavorativo (Clarke e
Crew, 2000).
In un recente studio italiano, Nota, Santilli, Ginevra e Soresi (in press), coinvolgendo un gruppo di datori di lavoro, metà dei quali con
precedenti esperienze di lavoratori con disabilità, hanno esaminato,
oltre agli atteggiamenti verso tipologie diverse di disabilità, anche il
peso che assume il tipo di presentazione che viene fatta di un
possibile e futuro lavoratore con disabilità, confrontando gli
atteggiamenti registrati in presenza di una modalità più tipica di
presentazione, relativa alle disabilità della persona, e quelli
associati a una descrizione che prevede anche la presentazione di alcuni
punti di forza. Le analisi condotte hanno confermato il fatto che
l'atteggiamento dei datori di lavoro è più negativo nei confronti di
candidati che sperimentano problemi psichici, rispetto alle altre due
tipologie, disabilità intellettiva e disabilità sensoriale, in
particolare per quanto riguarda la loro accettazione sociale. Per quanto
riguarda il tipo di presentazione, l'aver fornito una descrizione di
alcuni punti di forza, in sintonia con le ipotesi, si associa ad
atteggiamenti più positivi. Questo ha portato gli autori a concludere
che una presentazione di ciò che le persone con disabilità sanno fare e
delle loro caratteristiche positive può aiutare i datori di lavoro a
pensare a come potrebbero impiegarli nell'ambito delle loro aziende.
Se
è vero che gli atteggiamenti sono i migliori predittori delle
intenzioni comportamentali, allora conoscerli in anticipo significa
poter individuare le situazioni nelle quali le persone con disabilità
possono incontrare maggiore resistenza, avere un'idea delle possibili
preoccupazioni dei datori di lavoro nell'assumere persone con disabilità
e progettare e realizzare specifiche azioni di coinvolgimento dei
datori di lavoro (Santilli, under review).