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Visualizzazione post con etichetta speranza. Mostra tutti i post
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mercoledì 12 novembre 2014

Worry, be happy!


Quante volte ci siam detti o ci hanno detto “Don’t worry, be happy!”

Le preoccupazioni portano infelicita’ meglio essere tranquilli e non preoccuparsi.

Ma siam propri sicuri che allontanare le preoccupazioni renda felici?

“Non devo preoccuparmi” e’ un dovere, una regola imposta che puo’ in alcuni casi solo alimentare le preoccupazioni stesse o l’ansia di determinate situazioni.

Ognuno di noi ha il diritto di preoccuparsi.

L’etimologia della parola stessa deriva dal latino praeoccupare, ossia occuparsi prima, prevenire. Pertanto, il termine preoccupazione indica lo stato d'animo di colui che cerca soluzioni o rimedi a situazioni critiche o ad eventuali pericoli futuri.

Diventa dunque un atteggiamento positivo quello di pre occuparsi del proprio futuro e cercare di pensare in anticipo a come prenderci cura di esso. Quali saranno i pericoli a cui andremo incontro e come potremmo risolvere le sfide e i problemi che ci troveremmo ad affrontare?

Sopratutto, se la societa’ in cui viviamo oggi, viene spesso denominata ‘risk society’ o ‘società del rischio’, in quanto caratterizzata da crisi sociali, economiche e ambientali, non dovremmo avere il diritto di preoccuparci?

Preoccuparsi puo’ essere un atteggiamento positivo in considerazione del fatto che ci stiamo rendendo conto delle conseguenze associate al deterioramento delle condizioni di vita, alla perdita delle sicurezze lavorative, assicurative, pensionistiche.

La persona che si preoccupa e’ anche colei che ha il coraggio di far fronte alle sfide, di non mollare, che si da da fare per prima per cambaire la propria situazione, senza aspettare che ci sia una cambiamento nel fato e nel destino. La persona che si preoccupa e' colei che crede nel futuro!


Gesu’ ha detto ai suoi fedeli “Non preoccupatevi” (Mt 6, 24-34), mettete la vostra vita nelle mani del Padre.

La protezione civile ha detto agli acquilani di non preoccuparsi quella notte del 2009.

I politici da 10 anni ci dicono di non preoccuparci della crisi, Italia: “Don’t worry, be happy!”



….Io, inizio a pre occuparmi!



mercoledì 12 febbraio 2014

4 Consigli per una vita felice




Secondo Sem Berns sono quattro gli elementi che potrebbero rendere le persone felici:

1) Assumere un atteggiamento positivo rispetto a tutto ciò che sul momento non si riesce a fare e concentrarsi sulle tante cose che POSSIAMO fare;

2) Circondarsi di belle persone;

3) Guardare avanti;

4) Non mancare mai ad una festa o ad una ricorrenza se queste ci rendono felici.


Sem Berns era uno studente di 17 anni affetto da una raro disturbo che provoca l'invecchiamento precoce degli organi e che colpisce circa 300 bambini in tutto il mondo. E nonostante ciò egli ha sempre sostenuto di vivere una vita felice, se pur con delle difficoltà.


Ma cos'è allora che rende speciale la vita di ogni individuo? Cos'è che fa scattare la molla della felicità? Perché alcune persone riescono ad affrontare delle situazioni oggettivamente complesse pur mantenendo uno stato d'animo sereno e un benessere complessivo rispetto ad altre persone che si fanno intimorire da ogni piccolo allarme che la vita fa scattare?

Secondo alcuni studiosi e ricercatori queste differenze individuali prendono il nome di ottimismo e speranza.

L'ottimismo si caratterizza per la capacità di guardare la vita in modo da trarre il massimo vantaggio dall’esperienza, dalle proprie capacità e dalle opportunità offerte, a vantaggio anche del proprio futuro. É la propensione a ricavare le migliori conseguenze pure da eventi sui quali non è possibile esercitare alcuna influenza, tanto che si arriva a dire che l’ottimista ‘trasforma i problemi in opportunità’, mentre il pessimista ‘trasforma le opportunità in problemi’. E' importante distinguere tra ottimismo realistico e ottimismo irrealistico (Anolli, 2005). Il primo riguarda la capacità di guardare la vita in modo da trarre il massimo vantaggio dall’esperienza, dalle proprie capacità e dalle opportunità offerte. É la propensione a pensare che accadranno eventi positivi grazie soprattutto al proprio impegno e ad attendersi il meglio, tenendo conto delle situazioni che si stanno sperimentando. Il secondo, più illusorio e ingenuo, è la propensione a credere che nella vita accadranno più eventi positivi che negativi senza però un atteggiamento proiettato all’impegno e alla perseveranza. Quello a cui tutti noi dovremmo aspirare è l'ottimismo realistico in quanto, secondo Seligman (2005), la persone che lo possiedono tendono a considerare il successo come frutto soprattutto delle proprie azioni e come un qualcosa che potrà ripetersi proprio grazie a queste ultime e a considerare l’insuccesso, invece, come una situazione specifica, frutto di uno scarso impegno e/o di richieste eccessive poste dagli altri, che potrà gestire meglio in una situazione successiva, pianificando con più attenzione il da farsi. L’insuccesso non intacca l'autostima, in quanto l'ottimista crede nelle sue capacità, che però in quella data situazione può non aver dato il meglio. Il pessimista, al contrario, tende a considerare l’insuccesso come una situazione costante della sua vita, dovuta soprattutto alle sue incapacità, ai suoi difetti, che sono globali e persistenti, mentre considererà il successo come un qualcosa dovuto al caso, alla fortuna, o come un evento sporadico. Come sostenuto da Meazzini (2007), l’ottimista, dando enfasi al suo impegno, è portato a pensare che a volte può succedere di non farcela, e che, se si desidera il successo, ci si deve dar da fare e lavorare sodo. 

La speranza è considerata invece una variabile affettiva, ossia un’emozione che motiva il comportamento umano e sprona all’azione, radicata nelle esperienze di fiducia precoci e influenzata da credenze di controllo esterno e collaborativo (Scioli, Samor, Campbell, Chamberlin, Lapointe, Macleod, 1997). Le credenze di controllo relative allo “sperare” possono derivare sia da variabili ambientali esterne, quali istituzioni religiose o servizi per il sostegno sociale o dal ruolo che l’individuo ricopre all’interno delle istituzioni, ad esempio credente, attivista civile, politico, ecc. Snyder (1989), afferma infatti che la speranza è un sorta di lente attraverso la quale le persone sviluppano l'energia diretta all'azione (willpower) e identificano attraverso di essa le strategie per raggiungere i loro obbiettivi (waypower).


"No matter what problems you are facing, there is always room for happiness"